Liana Doro è un’avvocata esperta di diritto di famiglia. Oggi sa
che forse non avrebbe preso quella specializzazione se non fosse
nata in una famiglia patriarcale. Nella sua giovinezza, tutte le
risorse economiche e "di libertà" sono destinate al fratello
maggiore. A lei non è consentito uscire, comprare cose che non
siano indispensabili e nemmeno frequentare un’attività sportiva.
Persino la scuola viene scelta dal padre: l'istituto magistrale.
Ma è proprio quella formazione, così lontana da lei, a
permetterle una prima forma di autonomia. Liana inizia subito a
insegnare. E con i primi soldi guadagnati decide di iscriversi
alla facoltà di Giurisprudenza. In quegli anni, Liana conosce uno
studente che sposa giovanissima e di cui, poco dopo, resta
incinta. Mentre frequenta i corsi, Liana fa 3 figli, e nonostante
si ritrovi da sola a gestirli, mai per un attimo pensa di
abbandonare gli studi. A 29 anni, quando riesce a laurearsi,
inizia per lei il secondo tempo della vita: quello in cui può
fare il lavoro che sogna. Ma non è facile come dirlo. Le porte
non sono aperte per un'avvocata che è anche madre. Nonostante i
tanti ostacoli superati, Liana ha un momento di crollo. «Non
mi sentivo né una brava madre, né una brava moglie, né una brava
lavoratrice. Ma è proprio quando ti senti un fallimento in ogni
attività che stai svolgendo, che bisogna tenere duro, perché
altrimenti, la prima cosa che molli è il lavoro». Liana lo vede
succedere tra le sue prime clienti e così, quasi per caso, si
ritrova a occuparsi di diritto di famiglia, accanto a donne che
cercano di dare una svolta alla loro vita. A un certo punto
toccherà a lei stessa attraversare l’esperienza vissuta tante
volte attraverso le storie delle sue clienti: dopo 25 anni di
matrimonio Liana e suo marito decidono di divorziare. E lei si
pone l’obiettivo di ottenere il riconoscimento economico del
lavoro di cura svolto durante gli anni precedenti: «Ho scritto un
ricorso esemplare, in cui ho raccontato tutta la mia storia e in
maniera provocatoria ho fatto una richiesta economicamente
assurda». Quello che ottiene Liana, oltre a 3mila euro al mese, è
l’affermazione di un principio. E cioè che non basta che la donna
lavori perché i conti siano pari al momento della separazione.
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