Espérance Hakuzwimana è nata nel 1991 ed è una scrittrice di
successo, che oggi pubblica con Einaudi. Nata in Ruanda durante
il genocidio, perde i genitori molto presto e finisce in
orfanotrofio. All'età di tre anni viene adottata da una famiglia
bresciana e inizia la sua vita in Italia. Crescendo, Espérance
inizia a percepire che esiste una relazione tra l'enorme costo
sostenuto per un'adozione internazionale e le aspettative verso i
figli salvati da situazioni difficili. «È stato complesso
desiderare di fare la scrittrice quando i miei genitori adottivi
mi chiedevano di fare lavori molto più lineari. Io fino a un
certo punto ci ho anche provato», racconta.
Il denaro non contamina solo la relazione con i genitori
adottivi, ma anche quella con le persone afrodiscendenti
conosciute in Italia: «Tu vivi con questa discrepanza molto
forte, perché tutte le persone che ti assomigliano fisicamente
vivono in una condizione economica molto diversa dalla
tua. Laddove ero riuscita finalmente a trovare un punto in
comune, venivo esclusa perché ero ricca secondo loro».
Espérance, fin da ragazzina, prova senso di colpa per il
privilegio di cui gode e con la maturità arriva a rifiutarlo,
cercando di seguire la sua strada in totale autonomia. Per
frequentare la scuola Holden, chiede un prestito che impiegherà
più di otto anni a ripagare. Quando finalmente realizza il sogno
della sua vita, diventare scrittrice, si accorge che è difficile
vivere di questo lavoro, «infatti la maggior parte degli
scrittori sono già ricchi». Tanto che arriva a interrompere il
tour di presentazioni di un suo libro, attività svolta dagli
scrittori in totale gratuità, perché ha bisogno di lavorare.
«Parlare di soldi, all'interno di questo mondo, sembra quasi
screditare la cultura. Però io ho bisogno di soldi per vivere,
per avere il tempo per pensare, per creare, per immaginare. Se ho
l'ansia perché non so come pagherò il mio affitto, di sicuro non
ho tempo per la creatività».
Oggi Espérance ha trovato un equilibrio, affiancando, alla
scrittura, un'attività di consulenza con le aziende. I soldi le
danno la libertà di curarsi, di comprarsi un computer per
lavorare meglio, ma anche di fare esperienze che l'arricchiscono
emotivamente, come tornare in Ruanda 30 anni dopo averlo
lasciato. «Io ho fatto questo viaggio, ho speso molti soldi, ma
sono tornata a casa essendo una persona diversa».
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