Adele abita in provincia di Bologna, ha 57 anni, e si occupa di
formazione e coaching per le aziende. Della sua infanzia, ricorda
la ricchezza. Sua madre era casalinga mentre il padre aveva
un’impresa di metalmeccanica in società con suo zio, i cui
fatturati regalano ad Adele un’infanzia dorata. Quando Adele ha 9
anni, però, mentre l’azienda è all’apice del successo il padre
decide di vendere le sue quote, e sprofonda in uno stato di
depressione.
I proventi della vendita delle quote dell’azienda, intanto, circa
100 milioni, suo padre e sua madre se li dividono a metà. La
madre, decide di conservarli e di provare a farli fruttare. Il
padre, invece, continua a investire denaro nelle sue idee, ma
senza successo. Nessuno di questi progetti decolla, lasciando la
famiglia senza reali possibilità di rilancio.
Per evadere da quella situazione sempre più opprimente, al
momento dell’università Adele, pur rimanendo a studiare in
città, lascia la casa in cui è cresciuta. Si mantiene da sola,
facendo contemporaneamente la babysitter, la cameriera e
l’insegnante di pallavolo. Impiega dieci anni a terminare
l’università. Alla vigilia della laurea, diventa direttrice di
un’associazione di categoria di imprenditori e fa il mutuo per
una casa. Cinque anni dopo, decide di lasciare il posto fisso per
mettersi in proprio.
Adele apre così la partita Iva e i primi due anni raccoglie
fatturati pazzeschi. Ma è proprio questo che genera le prime
difficoltà. «Se, dopo il primo o il secondo anno, il tuo
fatturato supera il limite di un'agevolazione prevista per
l'avvio di un'attività da libero professionista, perdi
quell'agevolazione. E io l'ho persa subito. Quindi, fin
dall'inizio, mi sono trovata ad affrontare alcune difficoltà».
Adele inizia così ad accumulare cartelle esattoriali. Complice
una scarsa alfabetizzazione finanziaria e una fiducia quasi cieca
nella sua commercialista, non riesce a intervenire subito per
contenere il problema. Quando finalmente viene approvata la legge
anti suicidi, Adele, il cui debito supera i 100mila euro,
intraprende il percorso per impostare la procedura. Che si rivela
particolarmente doloroso a causa dello stigma che marchia coloro
che si sono indebitati. «È stata un'esperienza devastante.
L'atteggiamento delle avvocate che mi hanno seguito, soprattutto
di una delle due, era udel tipo "è capitato a te, a noi non
poteva capitare". Mentre io avevo una visione più ampia delle
concause che mi avevano portato in questa situazione difficile,
per loro la causa era che io non sono stata in grado, che io non
sono stata capace».
Nonostante tutta questa fatica psicologica, Adele riesce ad
accedere alla liquidazione controllata. E finalmente incontra
qualcuno in grado di non farla sentire sbagliata. «Sono molto
fortunata, ho trovato un ottimo liquidatore, una persona
finalmente capace, competente, comprensiva, con la quale ho un
dialogo aperto, che si pone come se potesse capitare anche a lui.
E questo è davvero fondamentale».
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