Matilde ha 33 anni e lavora come impiegata in un’azienda di
Firenze. Nata e cresciuta a Prato, la sua infanzia è segnata da
paura e sopraffazione. «Ho avuto un padre molto violento. Era un
pubblico ufficiale e rinfacciava a mia madre - casalinga - anche
i beni di prima necessità che comprava per noi. Mi sono resa
conto molto presto che i soldi erano qualcosa di importante, ma
da bambina non volevo mi si comprasse nulla. Non chiedevo mai ciò
di cui avevo bisogno, perché sapevo che avrei in qualche modo
disturbato».
A sedici anni, dopo un episodio di violenza particolarmente
grave, la famiglia riesce a cacciare di casa il padre. Prima di
andarsene, però, l’uomo svuota il conto corrente comune,
lasciandole senza risorse. Il mantenimento, irrisorio, costringe
la madre a lavorare instancabilmente, alternando attività
diverse, mentre anche Matilde e la sorella - ancora minorenni -
iniziano a contribuire economicamente.
Dopo le superiori, Matilde si iscrive al Dams di Bologna grazie a
una borsa di studio, e continua a vivere con la madre e la
sorella minore. All’età di 22 anni scopre di essere lesbica. Il
suo orientamento sessuale incontra l'incomprensione di sua madre,
così decide di trasferirsi a Roma. Lì lavora in un negozio di
abbigliamento e si iscrive alla Magistrale in Scienze della
Comunicazione, sostenendo gran parte delle spese universitarie e
contribuendo al sostentamento della madre. Gli anni romani sono
difficili, contraddistinti da solitudine e fatica. In seguito si
ritroverà a vivere a Milano, a Bologna e poi infine a Firenze,
cambiando partner e lavoro, ma con una costante: «Ho sempre avuto
un sistema punitivo molto rigido, anche con i soldi: pensavo di
non meritare di spenderli, perché magari il giorno dopo avrei
potuto averne bisogno per risolvere un problema».
Oggi, Matilde percepisce uno stipendio di 1.600 euro al mese e,
sebbene continui a fare fatica a spenderli o a risparmiare, il
suo rapporto con i soldi sta pian piano cambiando, grazie al
sostegno della compagna e alla psicoterapia: «Quando ero
all’università, ogni volta che prendevo 30 mi premiavo con una
pizza; se invece prendevo anche solo 29, ero capace di digiunare
per punirmi, perché ritenevo di non essere stata abbastanza
brava. Oggi il mio rapporto con il denaro è migliorato, e sto
imparando a concedermi dei piaceri, ma è stato un percorso
piuttosto difficile».
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