Michelle ha 44 anni ed è cresciuta a Salerno in un palazzo
“bene”, abitato da avvocati, notai e professori universitari, in
uno dei quartieri più facoltosi della città. La sua realtà
quotidiana, però, è di tutt'altro genere. I soldi, in casa sua,
non bastano mai. Il padre passa da un lavoro all’altro, la
madre—francese, senza rete né lingua—resta a casa. Per Michelle
bambina, la sensazione è quella di vivere sempre un passo
indietro. «Le mie amiche andavano tutte a danza o in palestra, ma
io non potevo. Mi bastava accompagnarle fino alla porta per
sentirmi un po’ parte di quell’universo. Poi, quando mi
chiudevano la porta della palestra in faccia — perché giustamente
dovevano ballare o allenarsi — sentivo davvero quel senso di
solitudine. I soldi hanno sempre rappresentato la linea di
demarcazione tra me e loro».
Quando la famiglia si trasferisce in provincia, a Bellizzi, la
distanza sociale si attenua e Michelle ritrova un po’ di
equilibrio. Finito il liceo, si iscrive a Scienze della
Comunicazione con il sogno di diventare giornalista. Il suo
obiettivo è semplice: riscattare quella sensazione di svantaggio
che la accompagna dall’infanzia. Ma presto arriva la realtà del
Sud post-universitario a spegnere le sue ambizioni: accantona il
sogno giornalistico e inanella una serie di lavori precari,
l'ultimo dei quali dura tre anni, in Feltrinelli. E termina con
un licenziamento. Ogni volta che pensa di essersi stabilizzata,
qualcosa cede. È il suo “copione finanziario”, come direbbe lo
studioso Brad Klontz: un’eredità emotiva che ti dice che la
stabilità è provvisoria.
Intanto Michelle si sposa, diventa madre, e nel 2012 tenta la
strada imprenditoriale. Apre un bistrot letterario assieme a due
socie, con un finanziamento pubblico: un luogo vibrante, pieno di
eventi, ma dove lei guadagna 600 euro al mese lavorando 13 ore al
giorno. Dopo cinque anni lascia l’attività. A quel punto
intraprende un dottorato triennale in moda e digital
transformation. Ma di nuovo la strada si restringe: l’Italia
abolisce gli assegni di ricerca ma non finanzia i nuovi
contratti, lasciando centinaia di ricercatori in un limbo
retribuito a malapena.
Oggi Michelle attende l’esito di un progetto di ricerca
finanziato dall’Europa e, nel frattempo, ha aperto la Partita Iva
e si occupa di formazione aziendale. Sa di valere, lo vede nel
lavoro, nello studio, nella costanza con cui si è reinventata, ma
fatica ancora a conciliare questo valore con un’incertezza
economica che continua a pesare sulla sua vita. «Vivere nella
precarietà economica mi fa soffrire, perché è qualcosa che non
merito, soprattutto per le capacità e le competenze che ho
maturato».
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